cronaca

Operazione rinviata per tre volte, alla fine interviene la Tv

venerdì 24 settembre 2004
Dopo la lettera che i figli avevano inviato ad Orvietonews la scorsa estate, il caso di Fernando Calistri è arrivato alla trasmissione "Mi manda Rai Tre". Adesso potrà finalmente essere sottoposto all'intervento chirurgico per il quale era stato convocato per tre volte di seguito in ospedale per poi essere rimandato a casa. Pubblichiamo di nuovo la lettera dei figli con la quale Orvietonews sollevò il caso sul quale, in seguito, aprì un'indagine interna anche la direzione sanitaria dell'ospedale.

Lo scorso mese di ottobre, all’ospedale S. Maria della Stella di Orvieto, mio padre, settantadue anni ed affetto da una forma di diabete mellito, è stato sottoposto ad un intervento chirurgico per una frattura scomposta della rotula del ginocchio sinistro, per la buona riuscita del quale gli sono stati inseriti quattro “chiodi”.

Dopo qualche mese, i “chiodi” hanno cominciato a dargli fastidi e dolori, tanto che, in seguito ad una nuova visita ortopedica al quale si è sottoposto, sempre presso l’Ospedale di Orvieto, il dottor Roberto Amendola consigliava un nuovo intervento chirurgico per rimuoverli.

Il primo aprile 2004, mio padre veniva quindi sottoposto agli esami di preospedalizzazione (elettrocardiogramma, prelievi ematici, visita anestesiologica, ecc.) per poter affrontare, quando possibile, l’operazione.

Dopo circa un mese, riceveva una telefonata dall’Ospedale, con cui l’incaricato annunciava l’intervento per il giorno 13 maggio 2004 e raccomandava di presentarsi presso il reparto di ortopedia alle ore 7,30 del mattino, a digiuno.
Il 13 maggio, mio padre si recava presso il reparto, dove la Caposala lo faceva accomodare nella sala di attesa adiacente, mentre aspettava la chiamata per accompagnarlo in sala operatoria. Là è rimasto, seduto su una sedia, fino alle ore 14,30 circa, senza ricevere altre informazioni, fino a quando la Caposala è tornata dicendo che l’intervento non era possibile quel giorno, che quindi poteva tornare a casa ed aspettare di nuovo la chiamata.

Dopo circa dieci giorni, riceveva una nuova telefonata, con cui gli si annunciava l’intervento per il giorno primo giugno 2004: doveva recarsi sempre alle ore 7,30, sempre a digiuno, presso il reparto di Day Surgery. Mio padre, questa volta, si è premurato di informare l’incaricato che aveva necessità di essere operato quantomeno in mattinata, dato che, soffrendo di diabete, non era opportuno che stesse tante ore senza mangiare e senza bere.

Il primo giugno, si è recato presso il reparto indicato, dove l’infermiera addetta gli ha assegnato il letto, gli ha consegnato l’occorrente (camice sterile, cuffietta, ecc.) per entrare in sala operatoria e, poco dopo, gli ha somministrato una flebo di glucosio proprio per evitare una possibile ipoglicemia, ed è cominciata l’attesa (stavolta per fortuna, invece che su una sedia, nel letto). L’attesa è durata, sempre senza ricevere alcuna altra informazione, fino alle ore 14,00 circa, quando io stessa ho accompagnato mia madre al bar dell’Ospedale per prendere un caffè. Lì c’era anche il dottor Amendola. Ci siamo avvicinate a lui, chiedendo notizie circa l’operazione che doveva affrontare mio padre, dato che erano sette ore che aspettavamo inutilmente. Il medico ci ha riferito che quel giorno non sarebbe stato possibile, che avremmo dovuto tornare a casa ed aspettare di nuovo la chiamata dall’Ospedale.

Infine, dopo circa 20 giorni, è giunta la terza telefonata dall’Ospedale: l’intervento era fissato per il 29 giugno 2004 ed in virtù di ciò mio padre doveva presentarsi alle ore 7,30, digiuno, presso il reparto di Day Surgery. Quel giorno, di nuovo, l’infermiera ha assegnato il letto ed è cominciata l’attesa. Come al solito, nessuna informazione è stata fornita fino alle ore 13,30, quando il primario del reparto di ortopedia, professor Bruno Restelli, recatosi in visita, ha rassicurato mio padre, dicendo che comunque in giornata sarebbe stato operato, ma che, data l’ora tarda, si sarebbe dovuto trattenere in Ospedale per la notte e che, dopo l’intervento, sarebbe quindi stato trasferito in ortopedia.

Poi il silenzio, fino a circa le 16,30, quando una OTA ha detto a mio padre di scendere al reparto di ortopedia. Qui era presente il Dott. Di Francesco, il quale ha affermato di essere entrato in servizio alle ore 14,00, di non sapere nulla dell’intervento che doveva subire mio padre; ha provato, attraverso il centralino dell’Ospedale a rintracciare il professor Restelli ed il dottor Amendola, entrambi irreperibili. Quindi, ha riferito che l’operazione senz’altro non ci sarebbe stata.

Era presente altresì l’infermiera Mirella Mechelli. Alle nostre vivaci rimostranze - soprattutto basate sul fatto che nessuno aveva provveduto ad informarci che l’operazione era di nuovo rimandata (anzi, il primario aveva affermato il contrario), che mio padre, anziano e malato di diabete, non mangiava e non beveva (la temperatura esterna era di oltre 30°) ormai da circa ventidue ore (erano intanto le 17,30) - rispondevano che, comprendevano le nostre ragioni, ma non rientrava nelle loro competenze informare i pazienti e neanche riportare i nostri reclami a chi di dovere, ed anzi ci invitavano a far presente agli organi competenti questi disservizi.

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