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Mai così "frizzante" il Palazzo del Gusto. Tutto merito di TrentoDoc

sabato 3 gennaio 2009
di laura
Mai così attivo e animato, considerando l'inverno, Il Palazzo del Gusto di Orvieto che, restituito a un nuovo e fresco decoro dai recenti lavori di manutenzione eseguiti dalla Provincia di Terni nel complesso del San Giovanni, partecipa per la prima volta a Umbria Jazz Winter: tre mostre in allestimento, tra cui la raffinatissima chicca delle ceramiche antiche e moderne riconducibili al porco cinturello di Sant'Antonio; un concerto di chitarra ogni tardo pomeriggio, che ha sempre registrato il tutto esaurito e che si conclude con una degustazione giusto all'ora dell'aperitivo; e, ogni giorno alle 17, un laboratorio del gusto con la collaborazione dei Sommelier Fisar e della condotta Slow Food. Protagonista indiscusso, con il suo limpido oro e il suo allegro, frizzante perlage, il marchio TrentoDoc, planato sulla Rupe del vino per promuovere e gemellare i suoi ottimi spumanti. A incoraggiare l'alleanza anche la presenza, a Trento, di un'istituzione molto simile a Il Palazzo del Gusto: Palazzo Roccabruna, la casa dei prodotti trentini. Tra i quattro laboratori, non caso quello di oggi, sabato 3 gennaio, è stato titolato “Verticale da brivido”: perché, se non da brivido di suspence, sono state certamente da scossa di maturo piacere le quattro grandi riserve proposte. A guidare la degustazione è stato Enrico Paternoster, direttore dell'Istituto Agrario di San Michele all'Adige, uno dei massimi esperti nazionali di spumanti. Ospite dal Trentino anche Mauro Levi, responsabile della Camera di Commercio di Trento e di Palazzo Roccabruna. Per etichette via via ascendenti, si è iniziato con un Mach Riserva del Fondatore 2004, per proseguire con un Methius 2003 e un Altemasi 2004, tutti con uvaggio misto di chardonnay e pinot nero; fino a una superba riserva Giulio Ferrari 1999, magnifica sontuosità finale, a giusto ricordo, nel nome, del fondatore della celebre casa vinicola trentina. Morbido, mai impattante, mai provocante, dal retrogusto di caffè d'orzo e sentore di miele d'acacia, il Giulio Ferrari può essere considerato una vera e propria leggenda delle bollicine. Chardonnay puro, è espressione di un vitigno localizzato a Maso Pianizza, sulle colline che incorniciano Trento, che gli esperti considerano un capolavoro della natura. Figlio di uve rigorosamente perfette, la sua maturazione è allungata sino a dieci anni, in una sfida con il tempo a cui pochissime case di metodo classico si arrischiano. Creazione di Mario Lunelli, enologo principe della casa trentina, il Giulio Ferrari è tra i vini più titolati d'Italia. Non c'è spumante che abbia raccolto tanti riconoscimenti. L'alloro chiamato a raccontare, più di ogni altro, la sontuosità delle bollicine di una bottiglia di Giulio Ferrari è stato raccolto in un confronto con il Dom Pérignon, il mito dello champagne. L'esito della degustazione verticale che aveva coinvolto sette annate non ha consacrato, tra i due, un vincitore : Giulio Ferrari e Dom Pérignon risultarono, per gli esperti, alla pari. E d'altra parte Giulio Ferrari, che fondò la sua azienda vitivinicola nel 1902 a soli 23 anni, dopo aver compiuto i suoi studi di agronomia e enologia prima alla Imperial Regia Scuola Agraria di San Michele all'Adige e poi alla celebre Scuola di Viticoltura di Montpellier in Francia, aveva lavorato per qualche tempo a Epernay, nel cuore della Champagne, per apprende i segreti della produzione dello spumante con il metodo classico, noto anche come “champenois”, che trasferirà con una sfida senza pari nel suo Trentino. Secondo quanto illustrato da Paternoster, sono i 600 metri delle colline del Trentino a determinare, per i vitigni dei TrentoDoc, un microclima paragonabile a quello della terra di Champagne; mentre il segreto del successo di questi vini dipende dall'unione tra terroir e tecnologia. Importanti anche i tempi di affinamento, che vanno dagli 11 mesi minimo fino ai 36 e oltre, per arrivare allo straordinario record del sopra citato Giulio Ferrari. Che, attenzione, si accompagna bene ad antipasti e secondi, ma non va mai forzato all'abbinamento con pasticceria e dolci. Molto soddisfatto il Direttore de Il Palazzo del Gusto, Pier Giorgio Oliveti. "Finalmente - afferma - questo luogo così a lungo decentrato e sottovalutato nonostante l'importante ruolo che può giocare nell'economia e nella cultura cittadine, comincia ad avere, sia da parte delle istituzioni che da parte dei fruitori, quell'attenzione che merita. Presto, come è noto, proprio qui partirà la collaborazione con l'Università dei Sapori di Perugia per la Scuola di Cucina dell'Istituto Alberghiero, recentemente istituito a Orvieto. Speriamo che anche questo scopo, finalmente raggiunto, contribuisca ad accrescere l'attenzione su questo contenitore e sul contributo che può dare all'appeal e allo sviluppo della città".
Pubblicato da Etrusco il 04 gennaio 2009 alle ore 10:07
Penso che con i tempi che corrono sarebbe ora di CHIUDERE anche questo carrozzone politico improduttivo che ogni anno costa una barca di soldi.
Pubblicato da francesca il 04 gennaio 2009 alle ore 13:51
anno nuovo vita nuova, basta qualunquismo... caro etrusco dicci quale barca di soldi e a chi altrimenti impariamo a guardare in casa propria
auguri
Pubblicato da enogastronauta il 04 gennaio 2009 alle ore 14:43
Ma Etrusco, che acidit in controtendenza con quella buona del Trentodoc!!! Dopo tanti stenti, 'sto Palazzo del Gusto lo vogliamo chiudere proprio ora che comincia a dare qualche bel risultato?
E che cavolo! sempre a fare i guastatutto e i grilli parlanti senza mai un po' di fiducia e mezza idea propositiva...
Pubblicato da perplesso il 04 gennaio 2009 alle ore 16:35
mmmmmm... dalle foto sembra proprio tutto fatto in casa...anche i sommelier...
toc toc...c' posto per GLI ALTRI a Orvieto?????

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