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Il fiume Chiani non scorre più. Appello per salvare almeno i pesci

giovedì 9 agosto 2012 22:22
Il fiume Chiani non scorre più. Appello per salvare almeno i pesci

"Come era già accaduto nel 2008, la mancanza di precipitazioni ha portato i nostri corsi d'acqua ad uno stato di magra assoluta." A parlare è Renato Rosciarelli della Lenza Orvietana, società sportiva e culturale che da sempre si occupa di pesca.

"Quasi tutti i fossi del circondario - dicono dalla Lenza Orvietana - ormai non scorrono più. Anche il fiume Chiani, al pari di essi, non ha più alcun apporto idrico e si sono formate delle pozze nelle quali i pesci stanno sopravvivendo ma la loro fine sembra essere ormai certa sia per carenza di ossigeno, sia perché sono in balia dei predatori.

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La Lenza Orvietana, associazione di pesca locale, rivolge un appello a quanti, Enti, Privati Cittadini, Soci, Amanti della natura, dispongano di mezzi idonei a mettere in sicurezza almeno una parte dei pinnuti che, purtroppo, hanno ormai le ore contate.

La Società Orvietana, già nel 2008 si prodigò, assieme alla Polizia Locale, recuperando diversi quintali di pesci ed immettendoli nel Paglia. In parte riuscì nel suo intento, ma certo non basta l'azione di pochi, seppur armati di buona volontà. Ringraziamo anticipatamente chi vorrà prodigarsi nell'azione di salvataggio."

Pubblicato da Giorgio Mancini il 15 agosto 2012 alle ore 19:26
Un elogio all’associazione LENZA ORVIETANA per quanto sta facendo unitamente ad un ringraziamento in quanto mi offre lo spunto per proporre una riflessione su quella che oggi dovrebbe essere per tutti la priorità e cioè la salvaguardia ambientale.
Preciso però che, secondo me, iniziative del genere, seppur mosse da indubbio e sincero amore per i nostri fiumi e per la natura in genere, diciamocelo chiaramente, non sono altro che una goccia nel mare, non sono altro che un palliativo che a null’altro serve se non a farci sentire un poco a posto con la nostra coscienza.
I problemi dei nostri fiumi e del Chiani in particolare non possono essere risolti con secchiello e ossigenatore e non possono essere ricondotti semplicisticamente a problemi di temporanea siccità che nei mesi estivi peraltro si è sempre verificata.
Da pescatore (… “ex” in verità, da parecchi anni, in seguito al degrado ambientale), da ambientalista (realista e non da salotto) e da appassionato ricercatore storico locale (dilettante) vorrei esporre il mio punto di vista.
Sono praticamente cresciuto nel Chiani, nel Chiani da ragazzino andavo a fare il bagno (ci accompagnava in gruppo il compianto parroco Don Rinaldo alla metà degli anni ‘70), nel Chiani ricordo i più bei momenti di pesca, del Chiani ho avuto la sfortuna di essere testimone del suo ultimo e definitivo scadimento.
Il degrado di questo, una volta stupendo e particolarissimo corso d’acqua, deve essere ricondotto, secondo me, alle seguenti cause:
- depauperamento idrico dipendente da un inaridimento generalizzato delle sorgenti: per es. fossi affluenti come il Sorre che documenti del XVIII secolo ci mostrano enorme e dove da ragazzino pescavo stupendi barbi è ormai da decenni quasi completamente asciutto.
Consideriamo che il Chiani nei secoli passati aveva una portata d’acqua smisurata tanto che da Plinio il vecchio era considerato diretto affluente del Tevere e ancora nella galleria delle carte geografiche ai Musei Vaticani (fine XVI secolo) si presenta come una enorme palude, anzi come un lago stretto e lungo, da Arezzo a Orvieto dove si pescavano “anguilla, barbo, cefalo, ghiozzo, grancio, lampreda, luccio, reina, roviglione, scardole, storione, tartaruga, tinca, lasca, lattarini, lacci, spiali, zioto …”
- depauperamento idrico riconducibile anche ad attività umana finalizzata alla gestione idraulica del fiume e volta, principalmente, a scongiurare alluvioni e allagamenti, quindi abbassamento ed allargamento dell’alveo dove la poca acqua con ridotta corrente risente, ovviamente, in maniera disastrosa dell’irraggiamento solare (ma nulla, mi pare, si fa per cercare di eliminare a monte le cause di queste eventuali calamità negli ultimi decenni sempre più frequenti: es. alluvione di Genova del 2011).
- inquinamento della poca acqua residua che negli ultimi anni ha raggiunto livelli forse irreversibili: passando in auto ho modo di verificare ogni giorno il colore delle acque nei pressi di Fabro scalo e posso testimoniare che, da molto tempo, l’acqua presenta un colore grigio-verde ed un aspetto liquamoso dovuto, credo con una certa sicurezza, alla pressoché totale mancanza di depurazione delle acque reflue dei comuni della Valdichiana romana fino ad Orvieto ed alle concimazioni chimiche effettuate nella stessa pianura.
E’ ovvio e, direi, normale quindi che d’estate si verifichi la seguente situazione: poca acqua + poca corrente + massiccia presenza di nutrienti in soluzione (nitrati, fosfati ecc.) + forte insolazione e riscaldamento = abnorme sviluppo di alghe (eutrofizzazione) con conseguente successivo collasso del sistema (morte dell’ittiofauna per anossia e asfissia) e, nei casi più gravi, prosciugamento diretto di qualche tratto.
Questo quindi, secondo me, il quadro (angosciante) della situazione del Chiani (ed anche del Paglia: basta osservarne le acque dal ponte di Orvieto Scalo) che stante la attuale situazione economica non credo potrà ormai più subire un’inversione di tendenza (mi dispiace soprattutto per i nostri figli e nipoti).
Di fronte a tutto questo la nostra amministrazione provinciale ha dichiarato da tempo un tratto del Chiani “acque secondarie di categoria A”, tratto quindi idoneo per ripopolamento con salmonidi (trote) ed ha emanato tutta una serie di divieti che appaiono dei palliativi volti, come dicevo all’inizio, a stare in pace con la propria coscienza o forse con quella di alcuni ambientalisti da salotto.
Non ha significato infatti proibire la pesca, per esempio, del cavedano, la abbondantissima “lasca” dei nostri nonni, per due mesi, dal 1 maggio al 30 giugno quando, sicuramente, nell’attuale stato ambientale, non ci sono le condizioni idonee per la frega e la riproduzione; non è col ridurre il numero delle catture a 10 barbi giornalieri (addirittura il prelievo di rane “verdi” -sic!- per un numero max di 30 giornaliere, è vietato dal 1 aprile al 31 maggio) che salvaguarderemo la specie nel Chiani e in altri fiumi (ammesso che ci siano ancora barbi nel Chiani).
La tutela ed il ripopolamento della fauna (non solo ittica) si deve fare con azioni serie, coraggiose e quindi veramente risolutive e cioè con la salvaguardia ed il ripristino, per quanto possibile, delle condizioni ambientali originarie: lo prova il fatto che, chi come me, ha avuto la fortuna di ascoltare i racconti di qualche anziano, può rendersi conto che, in passato, quando la pesca non era un’attività “sportiva”, l’ittiofauna era insidiata con ogni mezzo diurno e notturno e, soprattutto, nei periodi di frega: nonostante ciò la presenza ittica nelle nostre acque era sempre abbondantissima, anno dopo anno.
Basta quindi con le ipocrisie ed i falsi ambientalismi delle notizie televisive dei vari cerbiattini feriti, segnalati, salvati, curati e liberati in pompa magna!

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