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Acquapendente. Cava di basalto delle Greppe. Precisazioni del C.I.S.A.

lunedì 26 aprile 2010
di C.I.S.A. (Comitato Interregionale per la Salvaguardia dell’Alfina)

Appare veramente curioso come sia facile, senza alcuna remora, mistificare la realtà delle cose e trovare pure chi, informando, dà credito a queste mistificazioni. Lo ha ben evidenziato Roberto Antonini, noto fotografo naturalista, in una sua recente nota sulla vicenda, ormai annosa, dell'ampliamento della cava in località "Le Greppe" nel Comune di Acquapendente.

La questione cave sull'Altopiano dell'Alfina è nata quando il Comune di Orvieto stava per autorizzarne una addirittura a poche centinaia di metri dall'abitato di Benano. Fu Stefano Mocio, allora sindaco di Orvieto, durante un'accesissima assemblea popolare svoltasi a Benano, a scongiurare la realizzazione di quella follia. A quell'assemblea parteciparono anche portatori d'interesse come i proprietari di agriturismi, ma furono soprattutto i residenti del comprensorio di Benano a ribellarsi a quel tentativo di devastare la loro qualità della vita, i loro beni immobili, il loro paesaggio. Da allora si è reso necessario organizzarsi in comitati di cittadini per compensare la totale assenza della politica sulla questione dell'Alfina. Anche quando si sono cominciati a paventare i rischi di inquinamento delle falde idropotabili, secondo gli esperti molto probabili a seguito delle attività estrattive, la politica non ha deciso nulla, se non a favore dei cavatori come nel caso di Castelviscardo.

Il C.I.S.A. (Comitato Interregionale per la Salvaguardia dell'Alfina) è nato quindi per sopperire alla palese carenza di gestione politica, sia sul fronte laziale che umbro, della questione cave. Dopo anni in cui si è consentito ai cavatori di fare quello che volevano sull'Altopiano ora i cittadini dell' Altopiano (e non solo il Dott. Carbonara) hanno detto basta a questa distruzione perpetrata sempre in nome dell'occupazione e mai dichiarando i grandi utili privati derivanti da un'attività di enorme impatto generale e di bassissimo beneficio pubblico. Ci troviamo, come al solito, nella fastidiosa situazione, tutta italiana, in cui si privatizzano gli introiti e si pubblicizzano costi e danni. Ma cosa credono i cavatori? Che sia possibile divorare interi pezzi di Paese fino a quando c'è da guadagnare?

L'Altopiano dell'Alfina non è un posto qualsiasi dove l'unica risorsa è il basalto. Si tratta di un luogo dove l'attività estrattiva comporta un pesante costo pubblico dovuto alla svalutazione turistica del comprensorio, alla svalutazione immobiliare locale, ai costi delle manutenzioni stradali, al rischio di inquinamento delle falde ed alla perdita di qualità della vita dei residenti. I cavatori fanno il loro mestiere di imprenditori e, se lasciati liberi andrebbero a cavare tufo anche sotto il Duomo di Orvieto !.

Il problema quindi è soprattutto politico. La politica è totalmente assente, ormai da anni dai tempi di Mocio, perché far chiudere una cava è un atto impopolare ed ardito, specie dopo che si è lasciato fare per anni e così "il lavoro sporco" tocca farlo a noi dei comitati. Tocca a noi scontrarsi verbalmente e suon di carte bollate con i cavatori e tirando entrambi per la giacchetta quel sindaco o quell'assessore. I cavatori non hanno futuro sull'Alfina perché è assurdo che qualcuno possa ancora credere che un patrimonio turistico, culturale, agricolo, idropotabile ed ambientale come l'Altopiano possa essere fatto a "sassolini" e distribuito in mezza Italia per il solo benessere del cavatore ed il malessere, comunque inteso, di migliaia di persone che abitano, lavorano e frequentano l'Altopiano.

Cavatore, come nel caso de Le Greppe, dimostratosi sempre indisponibile ad ogni dialogo, verso il quale peraltro -come risulta in atti- il Corpo Forestale dello Stato e il Comune di Acquapendente hanno  dovuto avviare -su richiesta della Regione Lazio- provvedimenti amministrativi per aver effettuato interventi escavativi  in aree non autorizzate.

E il provvedimento di vincolo paesaggistico avviato i giorni scorsi dal Ministero dei Beni Culturali sancisce tutta l'importanza di questo altopiano avviato da sempre ad un diverso modello di sviluppo centrato sul turismo, l'agricoltura di qualità, le bellezze paesaggistiche, come da tempo sostiene lo stesso Consiglio di Frazione di Torre Alfina.

L'unico punto veramente delicato della questione è quello occupazionale e su questo il nostro Comitato, unitamente al comune di Acquapendente, ha sempre mostrato la massima disponibilità ad affrontare il problema, per arrivare ad un tavolo interregionale umbro-laziale, unico livello che abbia il potere di trovare soluzioni, sempre che si trovino interlocutori politici disposti a farsene carico. Su questo stiamo ancora aspettando!

Alcune considerazioni di Roberto Antonini, fotografo naturalista

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