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Cultura - venerdì 11 settembre 2009 - 17:31

Cinque poesie da "Tevere in fiamme"

Di notte la vita ha frammenti di bellezza
nascosti nelle voci suadenti delle foglie
quando si staccano dai rami e lente
planano sull'asfalto, sui sacchi d'immondizia.

Da qui vedo il paese, in alto sulla destra
lo stesso che ha scolpito questo cuore
fitto d'oscure macchie e pietra grezza
che cede alla polvere i petali della sua pigrizia.

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Il fischio vibrante delle canne è spronato
dal vento che trascina con sé le tracce
di fiumi asciutti, o in fiamme,
di territori assetati e sconvolti in questi giorni.

Ora mi lascio sfoltire dall'erba
con gli occhi chiusi poto i ciliegi
ma l'esodo dalle ferite è il frutto che ci afferra
e alimenta la voglia di ricominciare dall'inizio
perché la bocca ha le sue aguzze spine
a sigillare i ricordi, i fiori carnosi della savana.

*

Di più non posso
sottrarmi alle tenebre, all'abisso
nel mare chiuso in uno specchio
e scalzo andare incontro al figlio
con le mani assicurate a un fosso.

Se potessi parlarti un giorno
ti racconterei dei bisbigli
d'ali del pappagallo chiuso
in una gabbia messa in mostra
in un salotto ingombro di sbadigli,
delle doglie dopo il parto respinto
dei toni aspri che scacciano la luce.

Quello non era un sogno
ma realtà spalmata nello sguardo
con la camicia sudata e le scarpe
sprofondate nel fango, i tacchi
sbattuti sulle pietre consumate
dal cammino e dal suo esatto contrario.
La nuvola che sorvola i giorni lesta arpiona i sogni
con dolcezza porta via la pelle e i grani del rosario.

Dà fuoco alla città e al bosco. Guarda:
adesso persino il Tevere è in fiamme!

*

... bisogna sbiancare i muri, gli oceani e le facce tristi dei malati
strappare la coda alle scimmie ammaestrate che danno ordini ...

Rapito davanti al duomo d'Orvieto per via dei colori, dell'oro.
Appeso alle guglie il respiro etrusco risaliva lungo i pozzi
provava a farsi leggero. Imitare gli uccelli, i cordoli della luce.

Nervi d'acciaio sfondati dal trapano dei rumori
pressati dai giganteschi cartelli pubblicitari
dai flaccidi faccioni di bimbi e cosce/seni/culi di donne rifatte.
Impossibile porsi da un'altra parte e sorvolare con lo sguardo
far finta di ritrovarsi a Caracas, sulle Ande o nella savana
tra le schegge di marmo del parco sotto casa,
nell'orbita vuota di Tor de' Schiavi
tra le duecento colonne fantasma
del grandioso Mausoleo di Villa Gordiani.

Inoltrarsi con coraggio nella tua morbida carne ed è bello vederti godere
ti fai come nuova e penso che intorno a noi dovrebbe esserci solo questo.
Ecco perché gli uomini non vogliono interrarsi in fretta ma farsi assoluti
e come il Tevere fluire nella luce disseminata dalle mani bianche di neve.

*

Un paio di labbra screpolate dal freddo
fissano a lungo Roma murata dalle auto
poi si stringono a sottile, oscena fessura
cerniera di rame e d'acciaio, antiscasso
punto esclamativo scoppiato in silenzio
in combutta con l'odio che ancora perdura.

La notte è un foglio bianco ricoperto di solchi profondi
di terra grassa macinata lentamente da silenzi oceanici
dove gli alberi del Lungotevere organizzano una danza
con i fili spinati che giungono dalla Palestina
le tremule luci di Castel Sant'Angelo riflesse nell'acqua.

Cola a sorpresa il sogno (dopo anni avviliti dall'oblio)
di scucire le labbra
e lanciare un grido
affondare i denti avvelenati al collo gelido del tuo dio.

*

a Eugenio Montejo, in memoria

La città eterna ci rovina addosso, non bastano le palafitte
né il verde profumo della savana. Ai tropici fa freddo
e a volte cadono persino grappoli di neve.
Sono stato sotto i ponti e ho visto le tenebre
le croci, il fiume tagliato in due dall'oceano dei liquami
il tatuaggio di nuvole sulla pelle strappata alle lucertole.

Crolla addosso la pioggia di settembre
i conflitti sul lavoro con le scimmie ammaestrate
i pugni allo stomaco dati e ricevuti
la manciata di chiodi che segnano il percorso
gli alberi strappati alla terra, le menti telecomandate.

La ripresa del sogno
perso al volo, in salita
bagna il becco nel nero delle strade
nella calma dei buoi che trascinano
le foglie dei platani, degli ulivi
persino dei banani dove sta scritta la vita.

I lampi sinistri del Tevere illuminano gli sfregi sul volto della Terra.
Nel paesaggio saldo e assoluto delle rovine che ci rotolano addosso
oggi trovo un canto e ti vengo incontro (se posso, se me lo permetti)
negli occhi la luce sfibrata ma tenera di Roma

sulle spalle le pietre del fiume. E questa voce che alla tua s'affianca.

Alessio Brandolini, Tevere in fiamme, Azimut, Collana Alea, Roma 2008, pp. 62, euro 8 - con un disegno di Stefano Cardinali.

La fiamma e la cenere. Riflessioni sull'ultima raccolta poetica di Alessio Brandolini "Tevere in fiamme"
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