Cultura - venerdì 11 settembre 2009 - 17:20
La fiamma e la cenere. Riflessioni sull'ultima raccolta poetica di Alessio Brandolini "Tevere in fiamme"
di Oscar Palamenga
Leggendo con attenzione l'ultimo lavoro di poesia di Alessio Brandolini (nella foto) non possiamo fare a meno di notare l'assoluta discontinuità con le precedenti raccolte. La voglia di rinnovarsi stilisticamente e nei contenuti conduce il poeta ad addentrarsi in percorsi sempre nuovi che, se da una parte spiazzano i lettori abituali, dall'altra stimolano ad ampliare gli orizzonti e le prospettive della ricerca poetica. L'unica costante dell'e ultime opere di Brandolini, da Poesie della terra (2004) a Mappe colombiane (2007), finanche alle sue composizioni in prosa, è l'impegno sociale. La coerenza etica e civile, di matrice pasoliniana, sembra essere l'unico elemento comune che cuce e salda i vari testi. La poesia Largo Preneste, tratta da Il male inconsapevole (2005), o la novella Fumo a piazza dei Mirti, tratta dalla raccolta Roma per le strade (2007), portano direttamente al mondo letterario (ma anche cinematografico, basti pensare ad Accattone) di Pier Paolo Pasolini, quello delle borgate romane, della povertà e della fame, del disagio e del dolore, della distruzione e dell'annientamento che può precedere la rinascita.
Così anche l'ultimo libro di poesia, Tevere in fiamme (Azimut, 2008), rievoca nella forma e, in parte, nelle tematiche, il mondo poetico pasoliniano. Addirittura il titolo sembra complementare a quelle Ceneri di Gramsci, capolavoro poetico di Pasolini, che a metà degli anni cinquanta sconvolse il mondo letterario italiano. La fiamma e la cenere sono metafora di purificazione, di disintegrazione che anticipa il risveglio, di nuova vita, di ossimoro vivente che si incarna nella città eterna.
Se Pasolini utilizzava una lieve trama per inserire elementi autobiografici, riflessioni politiche e ideologiche, descrizioni fortemente pittoriche del paesaggio periferico romano (le zone abitate dal sottoproletariato urbano che per lui era ancora genuino e non corrotto dal capitalismo e dalle sue mode), Brandolini utilizza la sua voce jazzistica per melodie impreviste e sincopate che tracciano percorsi lacustri e/o "in fiamme", panorami urbani e campestri che si fondono nella memoria collettiva. Il poeta romano tesse un intenso dialogo con se stesso, con la poesia (personale e quella del poeta venezuelano Eugenio Montejo) e - soprattutto - con Roma e, a ritroso nella memoria, con le proprie origini familiari (nonni, genitori, fratelli, figli...), i Castelli romani, il paese medievale (Monte Còmpatri) dove l'autore ha vissuto i primi vent'anni.
Probabilmente Brandolini è più ottimista del suo modello, più convinto della funzione riparatrice della poesia, della sua "follia non infetta, / né falsa e inquinata". Così Roma e il suo fiume in fiamme (già Il male inconsapevole conteneva un testo intitolato "Acqua in fiamme") si trasformano in sottile metafora esistenziale, ossimoro vivente di una civiltà che da un lato mostra la sua opulenza, la sua forza consumistica, dall'altro nasconde sotto il tappeto i suoi mali e le sue fragilità, gli emarginati e i sofferenti, i vuoti di conoscenza e di memoria. Non a caso i continui riferimenti ai cartelloni pubblicitari che esaltano l'immagine patinata, il bello artificiale, l'effimero e il superfluo, e nascondono i palazzi rinascimentali, le piazze barocche, le antiche vestigia romane: la Storia antica e recente.
Se dal caos primordiale si genera la scintilla della vita, il fuoco è energia generatrice, mai solo distruttrice:
(...)
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Farsi audaci e camminare a naso, in punta di piedi
sulla lava in sosta sotto il fiume e quella indurita
dai millenni che ha dato il profilo ai Castelli
romani, ai colli ricoperti di boschi e vigneti
all'azzurro incavato dei laghi d'Albano e di Nemi.
(pag. 14)
Il mondo si rigenera dal fuoco e con il fuoco, il fiume Tevere sta alle fiamme come l'Eros sta al Tanatos, l'amore passionale alla morte. Ovviamente c'è uno slittamento al fantastico e al surreale quando il poeta si rende conto che il suo denso e incandescente fluire poetico contrasta con la fredda realtà: c'è il bisogno e la voglia di cambiare le cose, di riparare ai torti, di sedare i conflitti, di spostare confini e sponde, di "farsi audaci" per non lasciarsi annientare dalla distanza, dall'abisso tra utopia e realtà:
(...)
A volte osservo ad occhi chiusi come avrei
voluto che fosse il mondo
e ascolto il triste scoppiettio del forno
annuso e sfioro con le dita il pane
bianco a lievitazione naturale
i decenni spesi (e ormai persi) a farsi del male
a scagliare parole di sconforto sulle navi in fuga d'Ulisse.
(pag. 17)
Oppure, sempre sul dualismo eros-tanatos:
(...)
Non voglio seppellirmi in fretta
anche lo stomaco richiede la sua parte
di stelle e animali che gracchiano nel cervello.
È la solita storia, dirai, farsi a pezzi con un'accetta
per poi rinascere fusto possente nel bianco della neve.
(...)
(pag. 22)
Ecco, distruggersi per poi rinascere nel bianco della neve, nel bianco del pane a lievitazione naturale, risorgere dalle ceneri così come auspicava Pasolini di fronte alla tomba di Antonio Gramsci: "Lì tu stai, bandito e con dura eleganza / non cattolica, elencato tra estranei / morti: Le ceneri di Gramsci... Tra / speranza / e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato / per caso in questa magra serra, innanzi / alla tua tomba, al tuo spirito restato / quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa / di diverso, forse, di più estasiato / e anche di più umile, ebbra simbiosi / d'adolescente di sesso con morte...)".
Gramsci per Pasolini è il vessillo della speranza e della lotta, il faro a cui rivolgersi per uscire dal guado, dalla delusione. Se c'è una sostanziale differenza tra le tematiche pasoliniane e brandoliniane, sta proprio nel fare riferimento a un punto concreto ed esterno a se stesso nell'autore friulano; mentre in Brandolini il punto di riferimento resta sempre all'interno di se stessi, nascosto nei meandri della psiche, dell'anima, nella fitta foresta interiore che va esplorata senza sosta, in solitudine sì, e con sofferenza, ma con l'aiuto (la guida) della poesia:
Nel paesaggio saldo e assoluto delle rovine che ci rotolano addosso
oggi trovo un canto e ti vengo incontro (se posso, se me lo permetti)
negli occhi la luce sfibrata e tenera di Roma
sulle spalle le pietre del fiume. E questa voce che alla tua s'affianca.
Alessio Brandolini, Tevere in fiamme, Azimut, Collana Alea, Roma 2008, pp. 62, euro 8 - con un disegno di Stefano Cardinali.
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